
Vienna (P.B.O) Superano la seconda semifinale e vanno in finale con le 10 della prima semifinale :
Australia, Danimarca, Bulgaria, Ucraina, Norvegia, Romania, Malta, Cipro, Albania, Czechia
Certe sere non sembrano semplicemente televisione. Sembrano storia.

E la seconda semifinale dell’Eurovision, andata in scena alla stracolma Arena di Vienna, è stata una di quelle notti capaci di lasciare il segno: tre ore di musica senza freni, scenografie monumentali, lacrime, boati e standing ovation che hanno trasformato il pubblico in un unico organismo pulsante.
Vienna non respirava: cantava.
La sensazione, già dopo le prime esibizioni, era chiarissima. Questa semifinale aveva un livello raramente visto negli ultimi anni. Non solo show costruiti al millimetro, ma canzoni vere. Brani con identità, anima e soprattutto un’ambizione artistica che andava ben oltre il semplice “effetto Eurovision”.
Tra i momenti più devastanti della serata c’è stata senza dubbio la Bulgaria, che ha portato sul palco una performance oscura e cinematografica: elettronica orchestrale, visual apocalittici e una voce graffiante che sembrava uscita da una colonna sonora distopica. Un’esibizione che ha ipnotizzato l’arena, lasciando per lunghi secondi il pubblico quasi senza fiato prima dell’esplosione finale degli applausi.
La Romania, invece, ha scelto il cuore.
Un brano intenso, moderno ma profondamente melodico, costruito su una progressione emotiva capace di crescere fino a un finale gigantesco. Le luci rosse che invadevano il palco, il silenzio rispettoso dell’arena durante l’ultima strofa e poi il boato: uno di quei momenti che ricordano perché l’Eurovision riesca ancora a essere così potente.
E poi la Francia. Eleganza pura.
Un’esibizione raffinata, sofisticata, quasi sospesa nel tempo. Archi elettronici, atmosfere da chanson futuristica e una vocalità impeccabile che ha trasformato la performance in un’esperienza quasi teatrale. La delegazione francese ha trovato il perfetto equilibrio tra modernità e identità nazionale, conquistando sia il pubblico in arena sia gli addetti ai lavori.
Ma la notte aveva un nome che continuava a correre ovunque, dai corridoi dell’arena alla sala stampa internazionale: Australia.
Quando Delta Goodrem è salita sul palco, l’atmosfera è cambiata. Non semplicemente una concorrente. Una superstar.
Luci fredde, pianoforte iniziale, voce nuda. Poi l’esplosione.
Il brano australiano — una power ballad pop dal respiro internazionale — è cresciuto minuto dopo minuto fino a diventare un terremoto emotivo. La regia perfetta, il crescendo orchestrale, il ritornello enorme e soprattutto l’interpretazione di Delta Goodrem hanno letteralmente fatto impazzire la Wiener Stadthalle.
Alla fine dell’esibizione si è sentito qualcosa di raro perfino per l’Eurovision: qualche secondo di incredulo silenzio prima dell’ovazione.
In sala stampa la reazione è stata ancora più clamorosa. Giornalisti in piedi, applausi interminabili e una frase che circolava ovunque, quasi fosse già un verdetto: “Abbiamo appena visto la vincitrice”.
Per molti osservatori, infatti, l’Australia non ha semplicemente qualificato la propria candidatura alla finale: ha lanciato un messaggio chiarissimo a tutta Europa.
Questa canzone può vincere davvero.
E forse il dettaglio più impressionante della serata è stato proprio questo: la sensazione che, per una notte, la competizione fosse passata in secondo piano. Perché quando la musica riesce a superare il palco, quando le performance diventano esperienza collettiva, l’Eurovision torna a essere quello che promette da sempre: un gigantesco linguaggio emotivo condiviso.