Tommaso Ottomano sul paco insieme a Lucio Corsi, un artista e regista anche dei Maneskin

Tommaso Ottomano sul paco insieme a Lucio Corsi, un artista e regista anche dei Maneskin

Basilea (P.B.O) Tommaso Ottomano: L’architetto del suono e dell’anima Nel sottobosco brillante della musica italiana, tra assoli taglienti come frasi non dette e armonie che sanno di confessione a cuore nudo, vive e crea un nome che forse ancora non è scritto a lettere cubitali, ma che incide ogni nota come fosse una cicatrice dolce sulla pelle della canzone: Tommaso Ottomano.

Musicista, compositore, sound designer, regista. Una creatura a più teste, un po’ alchimista, un po’ visionario, capace di far vibrare le corde della chitarra e quelle dell’anima con la stessa intensità. Ottomano non è solo un polistrumentista di talento: è un autore dell’invisibile, uno scultore del suono, uno che sa che la musica, prima ancora che melodia, è intenzione.

“Volevo essere un duro”: una ballata disarmata

Tra le sue collaborazioni più intime e significative spicca quella con un amico fraterno: Tommaso Paradiso. Insieme hanno dato vita a “Volevo essere un duro”, una canzone che è più di una canzone. È un’autobiografia fatta canzone, una confessione mascherata da hit pop, che racconta la fragilità maschile con una delicatezza che non è mai debolezza.

Ottomano non è solo co-autore di questo brano: ne è l’anima sonora. Le sue chitarre non accompagnano la voce: la raccontano. Stratificano l’identità di un “duro” che alla fine si rivela un romantico con le ginocchia sbucciate, un uomo che ha provato a fare il cowboy, ma si è ritrovato a piangere nei film di animazione.

La chitarra, in questo pezzo, è come una lettera mai spedita: suona di malinconia e di redenzione, è confessione, eco e carezza. Non è solo uno strumento: è il personaggio non detto, il controcanto emotivo.

Il regista del suono (e delle immagini)

Ma Tommaso Ottomano non si ferma alle sei corde. Quando non ha una Telecaster in braccio, ha una macchina da presa in mano. Ed è proprio lui ad aver firmato videoclip potenti e raffinati per artisti come i Maneskin e Jovanotti. Due mondi lontani — il glam rock e il cantautorato zen — che trovano nel suo occhio registico un comune denominatore: la sincerità visiva.

Per i Maneskin ha saputo raccontare l’eccesso con estetica, l’urlo con poesia. Con Jovanotti, invece, si muove sulle frequenze dell’ironia, del viaggio e del colore, come un Fellini che monta clip invece che pellicole.

L’amicizia come suono condiviso

Tommaso e Tommaso — Ottomano e Paradiso — non sono solo colleghi. Sono amici, complici, anime affini che si tengono per mano dentro la giungla della musica, creando canzoni che suonano vere perché nascono da un’amicizia vera. Scrivono insieme, pensano insieme, ridono insieme. E questo, in un’epoca di collaborazioni costruite a tavolino, fa tutta la differenza del mondo.

Il significato delle chitarre: corde che legano

La chitarra, per Ottomano, non è un semplice mezzo. È una lingua madre. È la traduzione delle emozioni in vibrazione. Le sue sei corde raccontano ciò che le parole spesso tacciono. In ogni accordo, c’è un ricordo. In ogni solo, una rivalsa. In ogni arpeggio, una tregua.

Nella sua musica, la chitarra non fa scena. Fa sentire. Porta lo spettatore dove la voce da sola non basta. È una bussola emotiva, un ponte tra chi canta e chi ascolta.


In un mondo in cui il rumore spesso sovrasta il significato, Tommaso Ottomano si muove in controtendenza: crea spazi di silenzio sonoro, costruisce melodie che respirano, racconta storie che fanno male ma curano. Con le sue chitarre, le sue immagini, e la sua amicizia, dimostra che essere duri non significa non sentire. Ma avere il coraggio di farlo.

E forse, dopo tutto, voleva solo essere un uomo. E ci è riuscito benissimo.

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