Sanremo: quella volta che Davide Bowie salì sul palco dell’ Ariston nel ‘97

Sanremo – Londra (P.B.O) Quando si pensa al Festival di Sanremo vengono in mente orchestre in smoking, luci calde, melodie che sanno di mare d’inverno. Non esattamente il terreno naturale per un alieno caduto sulla Terra. Eppure, per una sera, anche David Bowie attraversò quella galassia tutta italiana chiamata Ariston.

Era il 1997. Bowie non era più (solo) Ziggy Stardust, né il Duca Bianco in giacca e gilet. Era un artista maturo, elegante, con lo sguardo di chi ha già visto il futuro e ora gioca con il presente. Salì sul palco del Teatro Ariston come ospite internazionale, portando un frammento del suo universo dentro il salotto più istituzionale della musica italiana.

Scelse di eseguire “Little Wonder”, brano tratto dall’album Earthling, lavoro intriso di elettronica e suggestioni industrial. Un suono lontanissimo dalla tradizione melodica italiana, quasi un meteorite sonoro atterrato tra ballate romantiche e canzoni d’autore. Eppure, funzionò.

Bowie non aveva bisogno di effetti speciali: bastava la sua presenza. I capelli tirati indietro, lo sguardo magnetico, quel modo di muoversi che sembrava coreografato dal vento. Portò a Sanremo un’estetica diversa, un’idea di musica globale, contemporanea, senza confini. Non si limitò a “cantare un pezzo”: trasformò il palco in un crocevia tra Londra, Berlino e la Riviera ligure.

Il contrasto era affascinante. Da una parte l’istituzione, con il suo rituale quasi liturgico; dall’altra un artista che aveva fatto della metamorfosi la propria cifra. In fondo, Bowie era questo: un esploratore. E Sanremo, per una sera, divenne territorio di esplorazione.

Quella partecipazione resta un piccolo episodio nella sua carriera sterminata, ma ha un valore simbolico forte. Dimostra quanto il Festival, nel corso degli anni, abbia cercato di dialogare con il mondo. E ricorda a noi quanto la musica possa essere ponte, scossa elettrica, cortocircuito creativo.

Oggi, ripensando a quella serata, si ha la sensazione di aver assistito a un incontro improbabile ma necessario: la tradizione italiana che stringe la mano al glam, all’elettronica, all’avanguardia. Bowie arrivò, cantò, lasciò un’eco.

Quest’anno a dieci anni dalla sua morte, Francesco Renga lo omaggia nella serata cover con Giusy Ferreri cantando la versione italiana di Space Oddity, scritta da Mogol.

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