Ottant’anni di Repubblica Italiana: per gli italiani all’estero vuol dire vivere una doppia appartenenza

Londra – (P.B.O) Il 2 giugno 2026 l’Italia celebrerà l’ottantesimo anniversario della Repubblica. Ottant’anni fa, nel 1946, un popolo segnato dalla guerra, dalla fame e dalle macerie scelse di rialzarsi, optando per la Repubblica. Quel referendum fu molto più di una semplice consultazione: rappresentò un atto di coraggio collettivo e il primo grande respiro democratico dopo il buio del fascismo.

Per la prima volta votarono anche le donne. E forse è proprio questa l’immagine più potente da custodire: file silenziose davanti ai seggi, mani sporche di lavoro, occhi pieni di speranza, un Paese povero ma vivo che decideva di diventare finalmente padrone del proprio destino.

Ottant’anni dopo, l’Italia è cambiata infinite volte.
Ha attraversato ricostruzioni, miracoli economici, terrorismo, crisi politiche, scandali, conquiste civili, paure e rinascite. È diventata moderna senza smettere di essere antica. Fragile e bellissima, come certe città costruite vicino ai vulcani.

La Repubblica non è soltanto una forma di Stato.
È un patto invisibile tra persone diverse. È l’idea che nessuno debba essere suddito. Che la libertà non sia un privilegio, ma un diritto condiviso. Che la dignità umana venga prima del potere.

Eppure oggi, nel 2026, quella parola — Repubblica — chiede ancora di essere riempita di significato.

Per molti giovani italiani, il futuro appare lontano come una costa nella nebbia. C’è chi parte per studio o lavoro, chi vive la precarietà come una stagione infinita, chi sente di appartenere a un Paese che spesso fatica ad ascoltare le nuove generazioni. Eppure proprio i giovani continuano a essere la più grande riserva morale dell’Italia: nelle università, nei laboratori, nelle periferie, nel volontariato, nell’arte, nelle idee che nascono lontano dai riflettori.

La Repubblica di domani dipenderà da loro.
Dalla capacità di costruire un’Italia meno cinica e meno diseguale. Un’Italia in cui il merito non sia una parola usata nei discorsi, ma una possibilità concreta. Un’Italia che non costringa i suoi figli a scegliere tra dignità e partenza.

Ma gli ottant’anni della Repubblica parlano anche di un altro volto del Paese: quello degli italiani nel mondo.

Milioni di italiani, nel Novecento, hanno lasciato i propri paesi con una valigia di cartone e il dolore negli occhi. Spesso trovavano diffidenza e nostalgia. Eppure portarono con sé qualcosa che nessuna frontiera poteva fermare: l’italianità.

Essere italiani all’estero significa vivere una doppia appartenenza.
Vuol dire commuoversi ascoltando una canzone italiana in una strada straniera. Vuol dire custodire tradizioni, sapori, parole, gesti tramandati come piccoli tesori di famiglia.

La Repubblica, se vuole essere fedele alla propria Costituzione, deve avere il coraggio di includere.
Di riconoscere che identità non significa chiusura, ma incontro. Che la patria non è una fortezza immobile, ma una casa che continua ad allargare le sue stanze.

In tempi di rabbia veloce e memoria corta, celebrare la Repubblica significa ricordarsi che la democrazia non è eterna. Va custodita. Difesa. Meritata ogni giorno.

Ottant’anni non sono solo un anniversario. Sono una domanda rivolta a ciascuno di noi: che Italia vogliamo lasciare a chi verrà dopo?

Forse il compito della Repubblica, oggi, non è diventare perfetta. Nessuna nazione lo è. Forse il suo compito è restare umana. Capace di non dimenticare gli ultimi. Capace di dare voce a chi non ne ha. Capace di costruire ponti invece di muri.

E allora, in questo 2 giugno 2026, mentre la Repubblica spegne ottanta candeline sulla torta della sua storia, il desiderio più autentico forse è uno soltanto: che l’Italia non smetta mai di credere nel futuro.

Desktop only