
Londra ( Phil.B.O) – Alla Union Chapel, tra mosaici silenziosi e la sacralità di un vecchio altare trasformato in palco, Nek ha acceso una luce che non era solo scenica, ma emotiva. Una batteria essenziale, una chitarra che respirava insieme al pubblico, e il basso — pulsante, caldo — a fare da spina dorsale a uno spettacolo che ha avuto il sapore delle cose autentiche, senza filtri, senza artifici.
vedi video intervista esclusiva per londonONE radio in back stage prima del concerto:
E poi le voci. Non solo la sua. Quelle di centinaia di italiani arrivati da ogni angolo di Londra — e anche da più lontano, qualcuno persino da Milano — che hanno cantato ogni parola come fosse un pezzo di casa portato in tasca. Un coro spontaneo, viscerale, che riempiva le navate e si arrampicava sulle pareti come un’eco di nostalgia e gioia insieme.
C’era qualcosa di surreale nell’aria. Forse il contrasto tra la spiritualità del luogo e l’energia viva della musica. Forse quello sguardo limpido e celeste di Nek, capace di attraversare le persone più che semplicemente guardarle. O forse, più semplicemente, il fatto che per una sera nessuno fosse davvero lontano.
Tra un brano e l’altro, con quella sua gentilezza discreta che non ha bisogno di alzare la voce, Nek ha condiviso anche un momento speciale: l’incontro, avvenuto con Bryan Adams, con cui ha molti punti in comune e tra questi senz’altro la musica, su cui, si spera possano un giorno lavorare insieme.
Il concerto è scivolato via come fanno le notti più intense: troppo in fretta, lasciando addosso una scia difficile da spiegare. Non è stato solo uno spettacolo, ma un passaggio. Di quelli che segnano. Di quelli che, a distanza di anni, qualcuno racconterà ancora dicendo: “Io c’ero.”
Perché sì, ieri sera Nek non ha semplicemente cantato a Londra. Ha lasciato un’impronta. E certe impronte, anche sotto la pioggia inglese, non vanno più via.
Foto video copyright LondonONE radio.