Eurovision: quando la musica diventa geopolitica e l’Europa perde l’unisono

Londra (P.B.O) C’è un momento, ogni primavera, in cui l’Europa si guarda allo specchio e canta. Si trucca di luci, si veste di note, si racconta con tre minuti di voce. Quel momento si chiama Eurovision Song Contest. Ma oggi, più che un palcoscenico, sembra una faglia: sotto, la politica ribolle.

Questo aspetto dietro le canzo e’ affrontato molto bene dal giornalista ed esperto di Eurovision Emanuele Lombardini autore di un libro di successo – Unite Unite Europe il libro che racconta come l’Eurovision Song Contest racconta l’Europa

Ascolta l’intervista interessante con il giornalista ed esperto di Eurovision Emanuele Lombardini

Ispirato all’idea di unire l’Europa del dopoguerra tramite la musica, il contest nacque come esperimento di trasmissione televisiva transfrontaliera. Ogni paese presenta un brano originale, scelto tramite finali nazionali o selezioni interne. I finalisti si esibiscono in due semifinali e una finale, dove il punteggio combina voti delle giurie nazionali e del pubblico internazionale, con il divieto di votare per il proprio paese.

C’è un’Europa che discute nei consigli, una che negozia nei trattati, e poi ce n’è un’altra che si misura in tre minuti di canzone. È l’Europa dell’Eurovision Song Contest: luminosa, teatrale, apparentemente leggera. Eppure, negli ultimi anni, sempre più pesante di significati politici.

Perché la musica, anche quando indossa paillettes, non smette di essere geopolitica in incognito.

L’Eurovision nasce nel secondo dopoguerra con un’idea quasi poetica: ricucire un continente attraverso la cultura pop. Cantare, invece di combattere. Votare canzoni invece di dichiarare guerre.

Per molto tempo, l’illusione ha retto. Ma oggi il palco europeo somiglia meno a un salotto condiviso e più a una piazza dove le tensioni del mondo entrano senza invito.

La guerra in Ucraina ha rappresentato uno spartiacque. L’esclusione della Russia dopo l’invasione ha segnato un precedente: la cultura può essere sanzione, il microfono può diventare confine morale.

E una volta aperta quella porta, richiuderla è impossibile.

L’Ucraina, negli ultimi anni, ha trasformato l’Eurovision in qualcosa di più di una competizione. È diventata una narrazione identitaria, una forma di presenza internazionale.

La vittoria del 2022 ha mostrato quanto una canzone possa diventare simbolo politico globale. Non solo intrattenimento, ma messaggio: esisto, resisto, appartengo all’Europa.

Eppure proprio questo successo ha creato un precedente delicato: se la musica diventa riconoscimento politico, allora ogni partecipazione lo diventa automaticamente.

Se il caso ucraino ha consolidato un fronte, la presenza di Israele ha riaperto tutte le fratture.

Nel contesto del conflitto in Medio Oriente, la partecipazione israeliana all’Eurovision è diventata terreno di protesta, boicottaggi e contestazioni. Per alcuni, la sua esclusione sarebbe coerente con altre decisioni già prese in passato. Per altri, sarebbe una pericolosa politicizzazione selettiva della cultura.

Ed è qui che l’Europa si scopre incoerente, o almeno divisa:
la stessa regola applicata in modo diverso cambia completamente significato.

Il risultato è un festival che non è più solo musicale, ma anche un sondaggio emotivo del continente.

Partiamo dalla domanda : la musica puo’ unire d’avvero? La risposta non è semplice, e forse non è nemmeno unica.

Sì, la musica unisce. Lo fa in modo immediato, quasi biologico: una melodia non chiede passaporto. Per tre minuti, una canzone può cancellare le lingue e rendere comprensibile l’incomprensibile.

Ma la musica, quando diventa rappresentanza nazionale, cambia natura. Non è più solo emozione: è identità pubblica, e quindi inevitabilmente politica.

E allora succede qualcosa di paradossale: più l’Eurovision cerca di unire, più diventa specchio delle divisioni

C’e’ da dire che L’Eurovision oggi non è tanto un evento musicale quanto un termometro europeo. Misura tensioni che vanno ben oltre il palco: il rapporto tra cultura e sanzione politica, la difficoltà di applicare criteri coerenti nei conflitti internazionali e sopratutto, la trasformazione della cultura in spazio di protesta

Ogni edizione diventa così una domanda aperta travestita da spettacolo: l’Europa è ancora in grado di cantare insieme, o sta solo cantando nello stesso edificio da stanze diverse?

Forse il vero errore è chiedere all’Eurovision di essere solo intrattenimento. Non lo è più da tempo. E forse non lo è mai stato del tutto.

È un palco dove l’Europa si racconta mentre si contraddice, dove l’armonia musicale spesso copre dissonanze politiche reali.

Eppure, anche in mezzo alle polemiche, resta un fatto difficile da ignorare:
quando una canzone funziona davvero, per qualche minuto l’Europa smette di discutere e semplicemente ascolta. Non è pace. Non è politica risolta.

È qualcosa di più fragile: un accordo momentaneo tra differenze che non scompaiono, ma che per un attimo provano a stare nello stesso tempo.

L’edizione 2026 si terrà a Vienna dopo la vittoria a Basilea del cantante austriaco JJ. Le semifinali sono previste il 12 e 14 maggio e la finale il 16 maggio alla Wiener Stadthalle, già sede nel 2015. La città offrirà anche proiezioni pubbliche a Rathausplatz e un Euroclub ufficiale.

La vicenda di Nemo che ha ridato il premio indietro e il boicottaggio di alcuni Stati membri trasformano ( Spagna, l’Irlanda, l’Olanda e la Slovenia hanno annunciato che boicotteranno l’Eurovision Song Contest per protesta contro la partecipazione di Israele. L’annuncio è arrivato immediatamente dopo la decisione degli organizzatori di dare l’ok a Tel Aviv.) l’Eurovision 2026 non solo in una gara canora, ma in un banco di prova etico per l’EBU e per tutta l’Europa.

L’evento di Vienna si preannuncia come un’edizione frammentata, dove i riflettori si concentreranno non solo sulle performance, ma sull’assenza pesante dei paesi boicottatori.

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